Credevamo potesse essere solo una fantasia da fumetto, e invece è realtà! La poltrona a levitazione magnetica esiste e non costa neanche energia tenerla sospesa a mezz'aria, guardatevi questo filmato:
Il prezzo è un po' alto, Euro 5000, ma non serve la corrente. Non vanno avvicinate apparecchiature elettroniche ai magneti, per questo ci sono i porta oggetti laterali.
mercoledì 11 febbraio 2009
domenica 1 febbraio 2009
Cerca Gaia BottàLa licenza SIAE non basta. Condannato
In Italia il pizzo esiste sotto varie forme...
Vendeva musica online, riteneva di aver assolto ai propri doveri, è stato condannato in appello: aveva ottenuto la licenza dalla SIAE, si era garantito i diritti di utilizzo commerciale dai detentori dei diritti d'autore. Ma non aveva preso in considerazione i detentori dei diritti connessi.
La condanna in appello è stata emessa dal Tribunale di Torino: C.T., di Asti, gestiva uno store musicale online, offriva in vendita ai netizen oltre 12mila tracce da scaricare a pagamento. C.T. si era cautelato dalle rivendicazioni della SIAE, aveva chiesto e ottenuto la dibattuta licenza multimediale che, dal 1998, SIAE ha adottato per schiudersi alle potenzialità offerte dalla rete. C.T. aveva così ottenuto il diritto di "riprodurre le opere tutelate, tramite caricamento (uploading) dei file all'interno della sua banca dati" e di "mettere a disposizione del pubblico le stesse opere, che possono essere scaricate sulla memoria dei computer".
Il gestore dello store riteneva di aver assolto ai propri doveri. Poi, la denuncia dell'industria fonografica. La difesa di C.T. ha convinto il tribunale in primo grado di giudizio: il magistrato ha scagionato il gestore del sito, ha stabilito che in quella fattispecie C.T. avrebbe potuto vendere musica con la sola licenza multimediale ottenuta corrispondendo il dovuto alla SIAE e agli autori.
La normativa e la giurisprudenza in materia di diritto d'autore declinate sulle nuove tecnologie, considerate spesso fumose e contraddittorie, sono state però interpretate in maniera opposta dal Tribunale di Torino in secondo grado di giudizio. La licenza multimediale rilasciata dalla SIAE consente di retribuire gli autori dei brani musicali venduti da C.T., ma non consente di corrispondere il dovuto ai titolari dei diritti connessi, ai produttori fonografici che detengono i diritti sulla fissazione dell'opera. C.T. si sarebbe dovuto rivolgere a SCF, avrebbe dovuto richiedere la licenza con cui ricompensare l'industria fonografica. Lo sfruttamento dei diritti connessi attraverso le "nuove tecnologie" che, spiega SCF, "rappresentano modalità nuove ed affascinanti di fruizione della musica", non può avvenire senza ricompensare anche i detentori dei diritti connessi.
FIMI, in un comunicato, conferma: "La licenza ottenuta da SIAE poteva autorizzare solo l'acquisizione dei diritti d'autore e non dei diritti connessi delle case discografiche, senza i quali, l'attività posta in essere dal sito rimaneva penalmente sanzionabile". C.T. è stato condannato a 3 mesi di carcere, una pena poi sospesa, a rifondere FIMI per le spese legali, a pagare un'ammenda pari a 270 euro.
Vendeva musica online, riteneva di aver assolto ai propri doveri, è stato condannato in appello: aveva ottenuto la licenza dalla SIAE, si era garantito i diritti di utilizzo commerciale dai detentori dei diritti d'autore. Ma non aveva preso in considerazione i detentori dei diritti connessi.
La condanna in appello è stata emessa dal Tribunale di Torino: C.T., di Asti, gestiva uno store musicale online, offriva in vendita ai netizen oltre 12mila tracce da scaricare a pagamento. C.T. si era cautelato dalle rivendicazioni della SIAE, aveva chiesto e ottenuto la dibattuta licenza multimediale che, dal 1998, SIAE ha adottato per schiudersi alle potenzialità offerte dalla rete. C.T. aveva così ottenuto il diritto di "riprodurre le opere tutelate, tramite caricamento (uploading) dei file all'interno della sua banca dati" e di "mettere a disposizione del pubblico le stesse opere, che possono essere scaricate sulla memoria dei computer".
Il gestore dello store riteneva di aver assolto ai propri doveri. Poi, la denuncia dell'industria fonografica. La difesa di C.T. ha convinto il tribunale in primo grado di giudizio: il magistrato ha scagionato il gestore del sito, ha stabilito che in quella fattispecie C.T. avrebbe potuto vendere musica con la sola licenza multimediale ottenuta corrispondendo il dovuto alla SIAE e agli autori.
La normativa e la giurisprudenza in materia di diritto d'autore declinate sulle nuove tecnologie, considerate spesso fumose e contraddittorie, sono state però interpretate in maniera opposta dal Tribunale di Torino in secondo grado di giudizio. La licenza multimediale rilasciata dalla SIAE consente di retribuire gli autori dei brani musicali venduti da C.T., ma non consente di corrispondere il dovuto ai titolari dei diritti connessi, ai produttori fonografici che detengono i diritti sulla fissazione dell'opera. C.T. si sarebbe dovuto rivolgere a SCF, avrebbe dovuto richiedere la licenza con cui ricompensare l'industria fonografica. Lo sfruttamento dei diritti connessi attraverso le "nuove tecnologie" che, spiega SCF, "rappresentano modalità nuove ed affascinanti di fruizione della musica", non può avvenire senza ricompensare anche i detentori dei diritti connessi.
FIMI, in un comunicato, conferma: "La licenza ottenuta da SIAE poteva autorizzare solo l'acquisizione dei diritti d'autore e non dei diritti connessi delle case discografiche, senza i quali, l'attività posta in essere dal sito rimaneva penalmente sanzionabile". C.T. è stato condannato a 3 mesi di carcere, una pena poi sospesa, a rifondere FIMI per le spese legali, a pagare un'ammenda pari a 270 euro.
Le spiate di NSA su giornalisti e cittadini
Giovanni Arata
Le attività di intercettazione e spionaggio illegali condotte negli anni dell'Amministrazione Bush avrebbero riguardato anche redazioni di giornali, singoli giornalisti e privati cittadini statunitensi. Tutto ciò che costoro scrivevano via email o dicevano al telefono veniva registrato. A rivelarlo un ex analista della stessa National Security Agency(NSA), il corpo grosso dell'intelligence d'oltreoceano.
Russel Tice, questo il nome dell'ex funzionario al centro del caso, ha ricostruito la vicenda durante la trasmissione televisiva della MSNBC Countdown with Keith Olbermann. Nel corso delle proprie operazioni di monitoraggio anti-terroristiche, ha sostenuto Tice, NSA avrebbe allargato di molto il raggio del proprio controllo, arrivando a tracciare anche le comunicazioni di soggetti che non avevano alcun tipo di connessione con il mondo del terrore: comuni cittadini, reporter, talvolta intere redazioni.
Le attività di raccolta dati sarebbero state realizzate senza alcuna previa autorizzazione da parte delle autorità giudiziarie competenti e avrebbero riguardato ogni possibile forma di espressione da parte dei sorvegliati. Dalle mail alle telefonate, dai fax ai messaggi, tutto sarebbe stato registrato e stivato all'interno dei database.
Tice ha raccontato di aver scoperto del sistema spionistico in modo casuale, mentre era dipendente dell'agenzia. I suoi superiori gli avrebbero chiesto di operare delle indagini "preliminari" su una serie di soggetti (tra cui alcuni giornali), con lo scopo dichiarato di escludere tali soggetti dalle attività di monitoraggio vere e proprie.
Ma le attività "preliminari" sembravano durare un po' troppo. È lo stesso informatore a spiegare: "Con il tempo mi sono reso conto che la raccolta di dati su queste organizzazioni veniva praticata ventiquattr'ore su ventiquattro per sette giorni su sette, e per tutto l'anno. E questo non aveva senso. Così mi sono messo a indagare, scoprendo la rete".
Già nel 2005, dopo la pubblicazione di un'inchiesta del New York Times, l'Amministrazione Bush era stata investita da uno scandalo legato all'impiego di intercettazioni illegali. I media avevano documentato l'esistenza di diversi casi in cui le autorità di sicurezza statunitensi avevano aggirato le normative- che richiedono il rilascio di un'autorizzazione da parte dei giudici- per sorvegliare le comunicazioni dei cittadini.
In risposta alle polemiche, lo stesso Presidente Bush aveva spiegato che i casi di deroga erano limitati a quelli in cui fosse documentato un "chiaro legame" tra i sorvegliati e le organizzazioni terroristiche.
Adesso le affermazioni di Tice - peraltro già coinvolto come testimone nel 2005 - sembrano suggerire l'esistenza di infrazioni ancora più gravi alle leggi sulla sorveglianza. Infrazioni tanto più impressionanti perché perpetrate in modo sistematico e quasi routinario.
E proprio qui sta, secondo diversi osservatori, il punto dirimente. Le normative vigenti offrono già agli investigatori strumenti molteplici ed efficaci per individuare e controllare i potenziali terroristi. Il problema, nella storia raccontata da Tice, è che l'amministrazione statunitense sarebbe andata ben al di là di tali paletti, spiando persone che nulla avevano a che fare con le attività criminali, e aggirando le procedure previste per legge in questo tipo di situazioni. Quale sarà la posizione della nuova amministrazione di fronte a problemi fondamentali come quelli sollevati dal caso Tice? La speranza di molti, alimentata anche dalle prese di posizione programmatiche del neopresidente, è che Obama possa imprimere un deciso cambio di direzione nel campo della tutela dei diritti individuali e della libertà di informazione. Promuovendo la trasparenza dell'amministrazione e rilanciando i principi del Freedom of Information Act.
Le attività di intercettazione e spionaggio illegali condotte negli anni dell'Amministrazione Bush avrebbero riguardato anche redazioni di giornali, singoli giornalisti e privati cittadini statunitensi. Tutto ciò che costoro scrivevano via email o dicevano al telefono veniva registrato. A rivelarlo un ex analista della stessa National Security Agency(NSA), il corpo grosso dell'intelligence d'oltreoceano.
Russel Tice, questo il nome dell'ex funzionario al centro del caso, ha ricostruito la vicenda durante la trasmissione televisiva della MSNBC Countdown with Keith Olbermann. Nel corso delle proprie operazioni di monitoraggio anti-terroristiche, ha sostenuto Tice, NSA avrebbe allargato di molto il raggio del proprio controllo, arrivando a tracciare anche le comunicazioni di soggetti che non avevano alcun tipo di connessione con il mondo del terrore: comuni cittadini, reporter, talvolta intere redazioni.
Le attività di raccolta dati sarebbero state realizzate senza alcuna previa autorizzazione da parte delle autorità giudiziarie competenti e avrebbero riguardato ogni possibile forma di espressione da parte dei sorvegliati. Dalle mail alle telefonate, dai fax ai messaggi, tutto sarebbe stato registrato e stivato all'interno dei database.
Tice ha raccontato di aver scoperto del sistema spionistico in modo casuale, mentre era dipendente dell'agenzia. I suoi superiori gli avrebbero chiesto di operare delle indagini "preliminari" su una serie di soggetti (tra cui alcuni giornali), con lo scopo dichiarato di escludere tali soggetti dalle attività di monitoraggio vere e proprie.
Ma le attività "preliminari" sembravano durare un po' troppo. È lo stesso informatore a spiegare: "Con il tempo mi sono reso conto che la raccolta di dati su queste organizzazioni veniva praticata ventiquattr'ore su ventiquattro per sette giorni su sette, e per tutto l'anno. E questo non aveva senso. Così mi sono messo a indagare, scoprendo la rete".
Già nel 2005, dopo la pubblicazione di un'inchiesta del New York Times, l'Amministrazione Bush era stata investita da uno scandalo legato all'impiego di intercettazioni illegali. I media avevano documentato l'esistenza di diversi casi in cui le autorità di sicurezza statunitensi avevano aggirato le normative- che richiedono il rilascio di un'autorizzazione da parte dei giudici- per sorvegliare le comunicazioni dei cittadini.
In risposta alle polemiche, lo stesso Presidente Bush aveva spiegato che i casi di deroga erano limitati a quelli in cui fosse documentato un "chiaro legame" tra i sorvegliati e le organizzazioni terroristiche.
Adesso le affermazioni di Tice - peraltro già coinvolto come testimone nel 2005 - sembrano suggerire l'esistenza di infrazioni ancora più gravi alle leggi sulla sorveglianza. Infrazioni tanto più impressionanti perché perpetrate in modo sistematico e quasi routinario.
E proprio qui sta, secondo diversi osservatori, il punto dirimente. Le normative vigenti offrono già agli investigatori strumenti molteplici ed efficaci per individuare e controllare i potenziali terroristi. Il problema, nella storia raccontata da Tice, è che l'amministrazione statunitense sarebbe andata ben al di là di tali paletti, spiando persone che nulla avevano a che fare con le attività criminali, e aggirando le procedure previste per legge in questo tipo di situazioni. Quale sarà la posizione della nuova amministrazione di fronte a problemi fondamentali come quelli sollevati dal caso Tice? La speranza di molti, alimentata anche dalle prese di posizione programmatiche del neopresidente, è che Obama possa imprimere un deciso cambio di direzione nel campo della tutela dei diritti individuali e della libertà di informazione. Promuovendo la trasparenza dell'amministrazione e rilanciando i principi del Freedom of Information Act.
lunedì 19 gennaio 2009
DNA per una foto
Reuben Powell si aggirava per le vie di Londra impugnando la sua macchina fotografica, catturando scatti nei pressi di un vecchio ufficio pubblico. È stato arrestato sulla base delle leggi antiterrorismo, ha dovuto favorire impronte digitali e campione di DNA.
"La macchina ha inchiodato come fosse quella di Starsky e Hutch - ricorda Powell - e l'agente è saltato giù in maniera teatrale e mi ha detto che stai facendo?". Al fotografo è stato spiegato che sarebbe stato controllato sulla base del Prevention of Terrorism Act: in tasca gli è stato trovato un temperino, è stato arrestato e incarcerato, gli sono state prelevate le impronte digitali, il suo DNA convergerà nello sconfinato database che raccoglie le identità biometriche dei cittadini che per qualche motivo sono stati considerati sospetti.
Il fotografo ha trascorso 5 ore in una cella e, a seguito dell'intervento del parlamentare Simon Hughes, è stato rilasciato. Ma il suo DNA rimarrà negli archivi delle forze dell'ordine, nonostante il Regno Unito abbia ricevuto un richiamo da parte della Corte dei diritti dell'uomo di Strasburgo, nonostante la Corte abbia ricordato al Regno Unito che la conservazione dei dati relativi a persone innocenti rappresenti una violazione della privacy e rischi di marchiare l'individuo con uno stigma indelebile.
Powell non è l'unico fotografo schedato, vittima delle leggi antiterrorismo. Sono oltre 4 milioni i campioni di DNA collezionati dalle forze dell'ordine dell'Isola.
La privacy si pagherà?
"La macchina ha inchiodato come fosse quella di Starsky e Hutch - ricorda Powell - e l'agente è saltato giù in maniera teatrale e mi ha detto che stai facendo?". Al fotografo è stato spiegato che sarebbe stato controllato sulla base del Prevention of Terrorism Act: in tasca gli è stato trovato un temperino, è stato arrestato e incarcerato, gli sono state prelevate le impronte digitali, il suo DNA convergerà nello sconfinato database che raccoglie le identità biometriche dei cittadini che per qualche motivo sono stati considerati sospetti.
Il fotografo ha trascorso 5 ore in una cella e, a seguito dell'intervento del parlamentare Simon Hughes, è stato rilasciato. Ma il suo DNA rimarrà negli archivi delle forze dell'ordine, nonostante il Regno Unito abbia ricevuto un richiamo da parte della Corte dei diritti dell'uomo di Strasburgo, nonostante la Corte abbia ricordato al Regno Unito che la conservazione dei dati relativi a persone innocenti rappresenti una violazione della privacy e rischi di marchiare l'individuo con uno stigma indelebile.
Powell non è l'unico fotografo schedato, vittima delle leggi antiterrorismo. Sono oltre 4 milioni i campioni di DNA collezionati dalle forze dell'ordine dell'Isola.
La privacy si pagherà?
Armani si venderebbe un rene
La vicenda è notissima sulla rete italiana e si trascina da lungo tempo, ma ora Luca Armani ha deciso di premere sull'acceleratore con un nuova provocazione pensata per sollevare nuova attenzione sul caso.
Sul suo sito, armani2.it, Luca Armani ha ora scritto: "vendo un rene per poter denunciare Giorgio Armani".
Al di là della provocazione, come saprà chi ricorda la questione, focalizzata sulla querelle per la gestione del dominio armani.it, sul suo attuale sito Luca Armani propone anche di firmare una petizione ospitata su "www.armani.si" nella quale chiede in buona sostanza che gli venga restituito il dominio armani.it, ora in uso di Giorgio Armani, il celebre stilista.
Scrive ancora Luca Armani: "Vorrei precisare con la presente che non sono alla ricerca di clamore, di compassione o comprensione, bensì mi sto battendo dal secolo scorso perché credo di essere dalla parte della ragione, perché credo di essere stato ingiustamente accusato di un reato che non ho mai commesso, perché sono convinto che anche il potersi difendere deve essere quantomeno un diritto di tutti indipendentemente dal nome che rappresenta o dal fatturato che uno genera".
Sul suo sito, armani2.it, Luca Armani ha ora scritto: "vendo un rene per poter denunciare Giorgio Armani".
Al di là della provocazione, come saprà chi ricorda la questione, focalizzata sulla querelle per la gestione del dominio armani.it, sul suo attuale sito Luca Armani propone anche di firmare una petizione ospitata su "www.armani.si" nella quale chiede in buona sostanza che gli venga restituito il dominio armani.it, ora in uso di Giorgio Armani, il celebre stilista.
Scrive ancora Luca Armani: "Vorrei precisare con la presente che non sono alla ricerca di clamore, di compassione o comprensione, bensì mi sto battendo dal secolo scorso perché credo di essere dalla parte della ragione, perché credo di essere stato ingiustamente accusato di un reato che non ho mai commesso, perché sono convinto che anche il potersi difendere deve essere quantomeno un diritto di tutti indipendentemente dal nome che rappresenta o dal fatturato che uno genera".
Seul, in carcere l'aruspice della finanza
Di Gaia Bottà
Quando le forze dell'ordine hanno fatto irruzione nel suo appartamento lo hanno sorpreso mentre ordinava online un saggio in materia di finanza. Aveva creato intorno a sé un alone di autorevolezza dispensando vaticini riguardo alle sorti dell'economia sudcoreana, si era nascosto per mesi dietro allo pseudonimo di Minerva. La polizia lo ha arrestato, accusandolo di aver diffuso online informazioni false che hanno agito sul quadro economico del paese.
Minerva si era espresso centinaia di volte sulle pagine dedicate ai dibattiti del popolare portale Daum, i suoi post raccoglievano centinaia di migliaia di visite: aveva previsto le sorti di Lehman Brothers, aveva anticipato il crollo del valore della valuta sudcoreana, aveva tracciato con sufficiente precisione lo scenario che si sarebbe configurato per il suo paese nel momento in cui fosse stato investito dall'impatto della recessione. Non tutti i vaticini di Minerva si sono trasformati in realtà, non tutte le qualifiche che vantava erano realmente in suo possesso. La stampa locale riprendeva pedissequamente le sue predizioni, assecondava timori e alimentava paure. Il mondo della finanza incassava e prestava ascolto all'oracolo. Ed è scivolato in una spirale creata ad arte da un cittadino della rete che non esitava a diffondere notizie che le autorità hanno definito infondate.
Il governo di Seul ha reagito alla congiuntura economica e ha previsto un piano per rialzarsi. Ha inoltre ordinato l'arresto di Minerva, responsabile, a parere del giudice che ha disposto il provvedimento, di "aver influito sul mercato monetario globale e sulla credibilità nazionale" con due post. Avrebbe distorto la realtà e turbato l'andamento dell'economia, avrebbe deliberatamente seminato il panico diffondendo informazioni false, fra cui la notizia di una raccomandazione che il governo avrebbe inviato alle banche per ammonirle a non comprare dollari per consolidare la valuta locale.
Le forze dell'ordine hanno identificato Minerva in Park Dae-sung, 31enne che non ha conseguito alcun titolo di studio negli Stati Uniti né ha mai lavorato per Wall Street. Hanno fatto irruzione nel suo appartamento, lo hanno tratto in arresto. Minerva non si è dichiarato colpevole, né si dimostra disposto a patteggiare: nella maggior parte dei casi si limitava a racimolare informazioni online e ad analizzare la situazione in articoli aggressivi. "Scrivevo articoli per aiutare le persone esasperate dal governo - si è spiegato Park - piccoli commercianti, persone ordinarie su cui si è abbattuta la crisi economica". Qualora venga giudicato colpevole rischia di scontare 5 anni di carcere e una multa che può raggiungere i 50 milioni di won, poco meno di 30mila euro.
Se ci sono membri del governo pronti a giurare che Park non abbia mai mentito, non mancano coloro che si schierano a favore dell'arresto di Park, mentre i dibattiti riguardo all'anonimato online affollano la rete coreana. Sono numerosi i netizen, coreani e non, che denunciano come la Corea del Sud, uno dei paesi più connessi del mondo, abbia iniziato a disporre sequestri e a condannare netizen. Una regolamentazione della rete che ingabbia il diritto ad esprimersi e che riduce al silenzio il dissenso.
Quando le forze dell'ordine hanno fatto irruzione nel suo appartamento lo hanno sorpreso mentre ordinava online un saggio in materia di finanza. Aveva creato intorno a sé un alone di autorevolezza dispensando vaticini riguardo alle sorti dell'economia sudcoreana, si era nascosto per mesi dietro allo pseudonimo di Minerva. La polizia lo ha arrestato, accusandolo di aver diffuso online informazioni false che hanno agito sul quadro economico del paese.
Minerva si era espresso centinaia di volte sulle pagine dedicate ai dibattiti del popolare portale Daum, i suoi post raccoglievano centinaia di migliaia di visite: aveva previsto le sorti di Lehman Brothers, aveva anticipato il crollo del valore della valuta sudcoreana, aveva tracciato con sufficiente precisione lo scenario che si sarebbe configurato per il suo paese nel momento in cui fosse stato investito dall'impatto della recessione. Non tutti i vaticini di Minerva si sono trasformati in realtà, non tutte le qualifiche che vantava erano realmente in suo possesso. La stampa locale riprendeva pedissequamente le sue predizioni, assecondava timori e alimentava paure. Il mondo della finanza incassava e prestava ascolto all'oracolo. Ed è scivolato in una spirale creata ad arte da un cittadino della rete che non esitava a diffondere notizie che le autorità hanno definito infondate.
Il governo di Seul ha reagito alla congiuntura economica e ha previsto un piano per rialzarsi. Ha inoltre ordinato l'arresto di Minerva, responsabile, a parere del giudice che ha disposto il provvedimento, di "aver influito sul mercato monetario globale e sulla credibilità nazionale" con due post. Avrebbe distorto la realtà e turbato l'andamento dell'economia, avrebbe deliberatamente seminato il panico diffondendo informazioni false, fra cui la notizia di una raccomandazione che il governo avrebbe inviato alle banche per ammonirle a non comprare dollari per consolidare la valuta locale.
Le forze dell'ordine hanno identificato Minerva in Park Dae-sung, 31enne che non ha conseguito alcun titolo di studio negli Stati Uniti né ha mai lavorato per Wall Street. Hanno fatto irruzione nel suo appartamento, lo hanno tratto in arresto. Minerva non si è dichiarato colpevole, né si dimostra disposto a patteggiare: nella maggior parte dei casi si limitava a racimolare informazioni online e ad analizzare la situazione in articoli aggressivi. "Scrivevo articoli per aiutare le persone esasperate dal governo - si è spiegato Park - piccoli commercianti, persone ordinarie su cui si è abbattuta la crisi economica". Qualora venga giudicato colpevole rischia di scontare 5 anni di carcere e una multa che può raggiungere i 50 milioni di won, poco meno di 30mila euro.
Se ci sono membri del governo pronti a giurare che Park non abbia mai mentito, non mancano coloro che si schierano a favore dell'arresto di Park, mentre i dibattiti riguardo all'anonimato online affollano la rete coreana. Sono numerosi i netizen, coreani e non, che denunciano come la Corea del Sud, uno dei paesi più connessi del mondo, abbia iniziato a disporre sequestri e a condannare netizen. Una regolamentazione della rete che ingabbia il diritto ad esprimersi e che riduce al silenzio il dissenso.
Cinque sorelle
Jawaher 4 anni, Dina 8, Samar 12, Ikram 14, Tahrir 17 anni. Cinque sorelle palestinesi della famiglia Balousha. Vivevano a Jabaliya, vicino a Gaza City. Un campo profughi della striscia di Gaza. Una bomba le ha uccise. Un F16 israeliano è volato sulle case di Jabaliya e sulla moschea Imad Aqel, le ha sfiorate nella notte, il suo respiro le ha distrutte. Israele vuole combattere Hamas, ma uccide i bambini.Si può dire, gridare che chi uccide i bambini, in modo deliberato, ovunque nel mondo, è un assassino? E che va giudicato per crimini contro l'umanità da un tribunale internazionale? Non ci sono giustificazioni. Lo scrittore Abraham Yehoshua, una voce tra le più importanti di Israele, ha detto: "Non avevamo scelta". Ma tra la vita di una bambina e qualunque altra cosa ci deve essere scelta. La bambina è sacra, il resto non conta.
Israele vuole creare un cordone di sicurezza intorno a sè con i bombardamenti, dal Libano a Gaza. Ma non saranno le bombe a portare la sicurezza. Per ogni civile ucciso, ci saranno cento terroristi in più. Per ogni bambino libanese, palestinese, arabo ucciso, mille terroristi in più. Israele si mette sullo stesso piano dei suoi nemici quando massacra i civili e, per questa ragione, potrebbe non avere domani più amici in Occidente. A Israele si chiede di essere non solo più forte di chi la vuole distruggere, ma anche migliore.
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