martedì 24 marzo 2009

Speranze per riprendere la vista

Ron, un uomo inglese di 73 anni completamente cieco da 30, ha ricominciato a vedere sette mesi fa, quando all'ospedale londinese Moorfields Eye gli hanno impiantato un sofisticato dispositivo di visione noto come Argus II. In questi mesi Ron ha "visto la luce", letteralmente, dopo tre decadi di buio, e l'equipe medica che lo ha operato si aspetta di vedere risultati sempre migliori in futuro grazie al progressivo adattamento del cervello al cyber-occhio.

Al Moorfields Eye hanno già sperimentato Argus II, prodotto dall'azienda statunitense Second Sight, su tre pazienti incluso Ron. In tutti i casi l'occhio bionico consiste nell'installazione, sulla base dell'occhio a diretto contatto con la retina, di un chip dotato di elettrodi sensibili ai segnali luminosi, che passano da una minuscola videocamera montata su un paio di occhiali scorrendo attraverso un cavo di comunicazione installato nel bulbo.

Il risultato pratico è che il microchip fa da sostituto alla retina malfunzionante, cercando di sopperire al senso naturale della vista pesantemente danneggiato da una malattia degenerativa dagli effetti devastanti nota come retinite pigmentosa. "Per 30 anni - dice Ron alla BBC - non ho visto assolutamente nulla, è stato tutto scuro, ma ora la luce è tornata a passare. Essere all'improvviso capaci di vedere ancora la luce è veramente meraviglioso".
Dopo decenni di buio, ora Ron è in grado di seguire le strisce bianche per strada, sistemare i calzini bianchi separando i bianchi da quelli grigi e neri, fare la lavatrice, e spera, un giorno, di poter uscire una sera e vedere la luna all'orizzonte. Lyndon da Cruz, il chirurgo che ha operato Ron, si dice "molto incoraggiato dai progressi della sperimentazione", l'impianto ha funzionato stabilmente per sei mesi e il paziente ha sperimentato "percezioni visive consistenti generate dal dispositivo".

Argus II rimane una tecnologia "stimolante per la possibilità di fare un passo avanti molto reale e tangibile nel trattamento dei pazienti con una perdita totale della vista", dice il chirurgo, avvisando che ci vorranno ancora due anni prima della fine delle sperimentazioni e che il successo effettivo dell'occhio bionico di Second Sight va ancora testato a fondo.

La stessa società produttrice, per bocca di Gregoire Cosendai, si dice d'altronde fiduciosa sulle qualità di Argus II, che in teoria dovrebbe fornire alle persone "un livello di visione ragionevolmente buono". Un risultato, questo, che non è ancora stato raggiunto in pieno, ma che rimane nelle possibilità della tecnologia e dei suoi eventuali sviluppi.

venerdì 20 marzo 2009

Controllare internet

È stata una settimana delirante. Non era evidentemente bastato l'articolo del decreto sicurezza approvato dal Senato della Repubblica attraverso il quale le autorità italiane, preoccupate di perseguire l'apologia di reato ed altri reati di opinione, potranno con paciosa semplicità decidere di chiudere all'utilizzo dei cittadini italiani intere piattaforme sociali come Facebook. Un articolo di legge capace di generare commenti e malcelate ironie da parte della stampa di tutto il mondo non era evidentemente sufficiente a placare l'ansia formidabile di controllo che questo governo, e l'intero Parlamento del paese, mostrano di avere nei confronti della rete Internet. Così, nei giorni scorsi, si sono aggiunti un curioso disegno di legge dell'Onorevole Carlucci sulla regolamentazione di Internet ed una ammissione di paternità dell'Onorevole Barbareschi sulla bozza di normativa antipirateria circolata in rete nelle ultime settimane e inizialmente attribuita alla SIAE.

Mi mancano forze e volontà per raccontare ancora una volta, punto per punto, come mai questi tentativi regolatori siano palesemente sbagliati, sono certo che altri lo faranno meglio di me. Non mancano del resto su questo giornale e un po' dappertutto in rete le analisi puntuali in questo senso, unite ad un sincero e diffuso "inorridimento". Mi sembra però di poter individuare due punti di contatto evidenti che avvicinano fra loro queste ipotesi normative.

Il primo aspetto è che simili tentativi sono accomunati da una straordinaria e patente ignoranza delle materie in esame. Nella stragrande maggioranza dei casi non esiste probabilmente alcun lavoro preparatorio alle proposte avanzate, non si intravede la consultazione pur minima di alcun esperto della materia, ne l'adesione ad una qualche linea di pensiero fra le tante possibili fra quelle esistenti in campo tecnologico. La grossolanità di simili prese di posizione è da un lato la ragione che facilita l'ironia greve dei commentatori internazionali, dall'altro non fa altro che riaffermare quale sia l'arroganza e l'impreparazione dei nostri legislatori.
Lo stesso senatore D'Alia, incalzato da una gentile intervista telefonica di Alessandro Gilioli dell'Espresso, ha chiarito come meglio non si sarebbe potuto la sua distanza dalla materia che lui stesso propone di normare. Quattro frasi fatte contro i mafiosi su Facebook purtroppo non sono sufficienti a far emergere dalle acque una norma sensata. E l'unico risultato possibile di una simile avventatezza è quello di sollevare l'ilarità altrui o di ricordare ai più catastrofisti le analogie imminenti con paesi come la Cina o la Birmania.

Il secondo aspetto per conto mio significativo, è che non esiste oggi una responsabilità limitata ai "faciloni" del governo di centro-destra. L'humus sul quale nascono simili proposte di legge accomuna parlamentari di entrambi gli schieramenti, senatori novantenni ed eletti di prima nomina (come Marianna Madia del PD, classe 1980 che sul suo blog si è abbondantemente spesa per la necessità di allontanare per legge tutti i cattivi dalla rete). Questo è forse l'aspetto più preoccupante di tutta la vicenda. Nel nostro Parlamento una cultura minima della rete non esiste. La grande maggioranza dei nostri eletti misconosce la centralità di Internet nelle dinamiche dello sviluppo tecnologico. La rete viene considerata una piccola variabile spegnibile, esattamente come un elettrodomestico di cui è possibile fare a meno senza eccessivi impicci. I segnali di questa noncuranza sono ormai quotidiani e incontrovertibili.

Qualche giorno fa la polizia postale, utilizzando una norma approvata ai tempi del mai compianto Ministro Gentiloni, ha celato alla navigazione dei cittadini italiani (e solo a loro) un intero server di Image Shack (un servizio di store fotografico online molto utilizzato in tutto il mondo). Le ragioni di una simile paterna preoccupazione è che "probabilmente" su tale server qualcuno aveva caricato una o più immagini a carattere pedopornografico (così almeno recita il disclaimer sulla pagina). In tempi normali (ed anche oggi probabilmente nei paesi normali) sarebbe bastata una mail al servizio abuse di ImageShack e la rimozione sarebbe stata istantanea come avviene di norma in odiosi casi del genere. Oggi invece in Italia è sufficiente aggiornare una lista di DNS presso gli ISP italiani e il gioco è, per modo di dire, fatto. L'immagine presunta pedopornografica viene celata (anche questo per modo di dire, visto che basta usare DNS differenti per superare il blocco) insieme a molte migliaia di altri contenuti perfettamente legali. La domanda che a nessuno sembra interessare è: quanto contano questi contenuti legali? Che dignità hanno nella mente di coloro i quali decidono arbitrariamente di oscurarli ad una intera nazione? Molto poco evidentemente, esattamente come Facebook per il senatore D'Alia.

C'è una necessità urgente di affermare una dignità minima della rete Internet, come punto nodale dello sviluppo non solo tecnologico del paese ma anche e soprattutto come luogo di una sua possibile rinascita culturale: tutto questo oggi, in Italia, nei palazzi della politica, semplicemente non è possibile. Predomina invece una idea della rete Internet come di un luogo insidioso e pericoloso, un decennio di pessima stampa al riguardo ha infine ottenuto i suoi risultati.

Non è, ovviamente, solo colpa dei media o di una classe politica del tutto inadeguata, le responsabilità sono ampie e condivise e interessano certamente anche i cittadini, incapaci di organizzare una minima risposta a questa folle ansia di controllo che da qualche tempo avvolge l'intero Paese. Ma non c'è oggi maniera migliore dell'osservare cosa accade nella Internet italiana che vedersi scorrere davanti agli occhi il film al rallentatore di uno stato di diritto che si trasforma in uno stato di polizia.

Massimo Mantellini

Google vi segue sempre!

Volete sapere dove si trova una persona ogni volta che volete, se avete il suo cellulare Google ve lo dice:

La moglie che vuole tenere d'occhio il marito, il fidanzato geloso che vuole conoscere gli spostamenti della sua promessa sposa, il genitore apprensivo che non perde occasione per tenere sotto controllo i figli. Oppure due semplici amici che vogliono tenersi in contatto anche se vivono in due posti diversi: la nuova funzione di Google Maps si chiama Latitude, e consente tutto questo. Certo, a qualcuno potrebbe far paura l'idea che tutti sappiano sempre tutto di dove si è e di cosa si fa: ma si può sempre spegnere il telefono se non si vogliono correre rischi.

Per funzionare, Latitude sfrutta le antenne GPS sempre più spesso presenti sui cellulari - non necessariamente smartphone - messi in commercio soprattutto negli ultimi mesi. Raccolta l'informazione la trasmette a Google, che piazza un bel segnaposto su una mappa: a questo punto si può decidere se tenere questa informazione per sé, o se si preferisce condividerla con qualcuno. Si manda un invito ad un amico o una amica, si attende la conferma, e si inizia a chiacchierare.

Uno dei punti di forza di Latitude, infatti, è l'integrazione con GTalk: cliccando sul segnaposto di un amico si può avviare con lui una conversazione, oppure si può mandargli un SMS o un'email. O chiamarlo, visto che in teoria si sta usando un cellulare. Per tutto questo c'è bisogno di un cellulare moderno, come detto, e per il momento la versione 3.0 di Google Maps Mobile (quella che incorpora Latitude) è disponibile per Android, Symbian S60, Blackberry e Windows Mobile. In arrivo le versioni pure per iPhone, iPod Touch e terminali Java: se poi il cellulare non avesse a bordo il GPS, la localizzazione avverrà con le stesse modalità di My Location, sfruttando i segnali radio conosciuti da Google per individuare un'area generica.

Chi non avesse un cellulare, infine, o non avesse la possibilità o la voglia di usare l'applicazione in mobilità (che richiede di accedere ad Internet per funzionare, quindi ha un costo legato al traffico dati), può sempre scaricare il gadget da installare nella propria homepage personalizzata iGoogle. In questo modo è possibile effettuare praticamente le stesse operazioni, o quasi, della versione per telefonino, ivi compreso dare un'occhiata a dove si trovano i propri amici e scambiarci quattro chiacchiere.

Come detto, l'idea di Latitude può piacere o spaventare: in ogni caso, questa volta BigG ha voluto adottare un approccio molto conservativo per quanto attiene la privacy, visto che ogni funzione di questa nuova caratteristica è "opt-in". L'autorizzazione per mostrare ad un amico la propria posizione, ottenere la sua, generare automaticamente la propria localizzazione o settarla manualmente, è sempre richiesta: si possono variare le impostazioni generali per tutti (impedendo a chiunque di sapere che ci si trova al ristorante con l'amante), oppure modificare volta per volta cosa mostrare ad ogni singolo utente.



Tra l'altro, da Mountain View fanno sapere che sui loro server non rimane alcuna traccia degli spostamenti - se non per quanto attiene all'ultima posizione conosciuta, indispensabile per far funzionare il programma. Latitude, in ogni caso, è solo l'ennesimo investimento fatto da BigG nel settore delle mappe: solo un paio di giorni fa aveva rilasciato la nuova versione di Google Earth, segno che questo tipo di informazioni interessa non poco l'azienda di Mountain View. A quando le pubblicità personalizzate in base a dove ci si trova?

Università per tutti, on-line

Manca un mese all'università delle persone, scopriamo cosa sia:

Un'università internazionale, completamente online ed aperta a tutti con costi di iscrizione risibili. È questa la promessa della "University of the People", l'ambizioso progetto educativo lanciato dall'imprenditore israeliano Shai Reshef: che risponde, con ottimismo, alle (molte) critiche degli addetti ai lavori.

Reshef, un passato da designer di e-learning ed un presente nella board della community educativa Cramster, parte da un assunto molto semplice. "Il materiale per i corsi è già tutto là, reso disponibile dagli Atenei che hanno messo online gratuitamente i propri corsi - spiega al reporter del New York Times - E poi sappiamo che l'insegnamento peer-to-peer in linea funziona. Mettendo insieme questi elementi, si apre lo spazio per una università gratuita aperta agli studenti di tutto il mondo. Aperta a chiunque parli inglese ed abbia una connessione internet a disposizione".

La University of the People dovrebbe aprire i battenti nell'Aprile del 2009, con una fase beta che prevede un numero ridotto di studenti (300) e pochi corsi a catalogo. Ma d'altra parte Reshef si dice fiducioso di poter raggiungere in meno di cinque anni la soglia di 10000 iscritti dove, spiega, il business diventerebbe profittevole. L'investimento iniziale previsto è di 5 milioni di dollari.
Nelle "classi" virtuali del nuovo ateneo, ciascuna composta da non più di 20 studenti, verrebbero forniti i vari insegnamenti associati al corso di laurea. Per ogni insegnamento sono previsti un forum online- dove scaricare i materiali didattici, vedere le domande dei colleghi, discutere i temi non chiari e vivere momenti di interazione online con gli altri studenti.

La supervisione rispetto alle attività degli alunni, spiega ArsTechnica, dovrebbe essere garantita da team misti formati da volontari (non pagati) e docenti veri e propri. A questi ultimi il compito di monitorare l'andamento complessivo delle lezioni, il comportamento dei volontari, nonché risolvere eventuali dubbi lasciati irrisolti nei forum. "L'idea - spiega ancora Reshef - è quella di prendere il concetto di social networking ed applicarlo al mondo dell'università".

Altro punto forte della University of the People dovrebbe essere l'economicità. L'iscrizione al singolo corso dovrebbe infatti costare una cifra variabile tra i 15 ed i 50 dollari, mentre la partecipazione agli esami - unica voce di costo ulteriore per gli studenti - dovrebbe oscillare tra i 10 ed i 100 dollari. Le tariffe per i ragazzi dei paesi in via di sviluppo sarebbero di default quelle più basse, mentre prezzi più alti verrebbero praticati per tutti gli altri.

A dispetto dell'entusiasmo profuso da Reshef e dai suoi collaboratori, però, molti addetti ai lavori restano scettici rispetto all'iniziativa. "Negli ultimi dieci anni si è parlato spesso di avviare iniziative simili, ma i tempi non sembravano maturi - spiega il direttore dello Sloan Consortium, John Bourne - Dal punto di vista dei contenuti c'è molto (e molto di buono) in giro. Ma la vera incognita sono gli insegnanti. Mi piacerebbe capire quale sia la ricetta che consente di trovare, e formare, un insegnante di qualità senza imporre agli studenti adeguate tasse universitarie".

Ci sarebbe poi da badare alle problematiche tecnologiche collegate al progetto. I file audio-video delle lezioni, infatti, richiedono connessioni broadband che una larga parte del pubblico potenziale di Reshef non sembra possedere. Il rischio è che nei paesi in via di sviluppo gli studenti abbiano accesso soltanto ai materiali testuali, mancando una parte fondamentale dell'esperienza didattica. Ma Reshef risponde con ottimismo a tutte le critiche mosse contro il suo nuovo progetto. "Collaborando online, gli studenti formano delle reti sociali molto forti. E attraverso queste reti online, peraltro molto amate dai ragazzi, siamo in grado di portare gli insegnamenti superiori in ogni parte del mondo. (...) Fino ad oggi, non sono ancora riuscito a trovare una sola persone per la quale questa non sia una buona idea".

Negli ultimi anni, la formazione a distanza ha conosciuto una vera e propria esplosione. Una ricerca dello Sloan Consortium illustra come, nel 2007, almeno 3,5 milioni di studenti abbiano frequentato corsi online negli Stati Uniti, mentre progetti come OpenCourseWare del MIT vengono ripresi da paesi di ogni parte del mondo. In Italia lo scenario sembra evolvere con qualche lentezza in più, ma le grandi istituzioni si stanno comunque attrezzando.

Giovanni Arata

mercoledì 11 febbraio 2009

Poltrona a levitazione magnetica

Credevamo potesse essere solo una fantasia da fumetto, e invece è realtà! La poltrona a levitazione magnetica esiste e non costa neanche energia tenerla sospesa a mezz'aria, guardatevi questo filmato:



Il prezzo è un po' alto, Euro 5000, ma non serve la corrente. Non vanno avvicinate apparecchiature elettroniche ai magneti, per questo ci sono i porta oggetti laterali.

domenica 1 febbraio 2009

Cerca Gaia BottàLa licenza SIAE non basta. Condannato

In Italia il pizzo esiste sotto varie forme...

Vendeva musica online, riteneva di aver assolto ai propri doveri, è stato condannato in appello: aveva ottenuto la licenza dalla SIAE, si era garantito i diritti di utilizzo commerciale dai detentori dei diritti d'autore. Ma non aveva preso in considerazione i detentori dei diritti connessi.

La condanna in appello è stata emessa dal Tribunale di Torino: C.T., di Asti, gestiva uno store musicale online, offriva in vendita ai netizen oltre 12mila tracce da scaricare a pagamento. C.T. si era cautelato dalle rivendicazioni della SIAE, aveva chiesto e ottenuto la dibattuta licenza multimediale che, dal 1998, SIAE ha adottato per schiudersi alle potenzialità offerte dalla rete. C.T. aveva così ottenuto il diritto di "riprodurre le opere tutelate, tramite caricamento (uploading) dei file all'interno della sua banca dati" e di "mettere a disposizione del pubblico le stesse opere, che possono essere scaricate sulla memoria dei computer".

Il gestore dello store riteneva di aver assolto ai propri doveri. Poi, la denuncia dell'industria fonografica. La difesa di C.T. ha convinto il tribunale in primo grado di giudizio: il magistrato ha scagionato il gestore del sito, ha stabilito che in quella fattispecie C.T. avrebbe potuto vendere musica con la sola licenza multimediale ottenuta corrispondendo il dovuto alla SIAE e agli autori.
La normativa e la giurisprudenza in materia di diritto d'autore declinate sulle nuove tecnologie, considerate spesso fumose e contraddittorie, sono state però interpretate in maniera opposta dal Tribunale di Torino in secondo grado di giudizio. La licenza multimediale rilasciata dalla SIAE consente di retribuire gli autori dei brani musicali venduti da C.T., ma non consente di corrispondere il dovuto ai titolari dei diritti connessi, ai produttori fonografici che detengono i diritti sulla fissazione dell'opera. C.T. si sarebbe dovuto rivolgere a SCF, avrebbe dovuto richiedere la licenza con cui ricompensare l'industria fonografica. Lo sfruttamento dei diritti connessi attraverso le "nuove tecnologie" che, spiega SCF, "rappresentano modalità nuove ed affascinanti di fruizione della musica", non può avvenire senza ricompensare anche i detentori dei diritti connessi.

FIMI, in un comunicato, conferma: "La licenza ottenuta da SIAE poteva autorizzare solo l'acquisizione dei diritti d'autore e non dei diritti connessi delle case discografiche, senza i quali, l'attività posta in essere dal sito rimaneva penalmente sanzionabile". C.T. è stato condannato a 3 mesi di carcere, una pena poi sospesa, a rifondere FIMI per le spese legali, a pagare un'ammenda pari a 270 euro.

Le spiate di NSA su giornalisti e cittadini

Giovanni Arata

Le attività di intercettazione e spionaggio illegali condotte negli anni dell'Amministrazione Bush avrebbero riguardato anche redazioni di giornali, singoli giornalisti e privati cittadini statunitensi. Tutto ciò che costoro scrivevano via email o dicevano al telefono veniva registrato. A rivelarlo un ex analista della stessa National Security Agency(NSA), il corpo grosso dell'intelligence d'oltreoceano.

Russel Tice, questo il nome dell'ex funzionario al centro del caso, ha ricostruito la vicenda durante la trasmissione televisiva della MSNBC Countdown with Keith Olbermann. Nel corso delle proprie operazioni di monitoraggio anti-terroristiche, ha sostenuto Tice, NSA avrebbe allargato di molto il raggio del proprio controllo, arrivando a tracciare anche le comunicazioni di soggetti che non avevano alcun tipo di connessione con il mondo del terrore: comuni cittadini, reporter, talvolta intere redazioni.
Le attività di raccolta dati sarebbero state realizzate senza alcuna previa autorizzazione da parte delle autorità giudiziarie competenti e avrebbero riguardato ogni possibile forma di espressione da parte dei sorvegliati. Dalle mail alle telefonate, dai fax ai messaggi, tutto sarebbe stato registrato e stivato all'interno dei database.

Tice ha raccontato di aver scoperto del sistema spionistico in modo casuale, mentre era dipendente dell'agenzia. I suoi superiori gli avrebbero chiesto di operare delle indagini "preliminari" su una serie di soggetti (tra cui alcuni giornali), con lo scopo dichiarato di escludere tali soggetti dalle attività di monitoraggio vere e proprie.
Ma le attività "preliminari" sembravano durare un po' troppo. È lo stesso informatore a spiegare: "Con il tempo mi sono reso conto che la raccolta di dati su queste organizzazioni veniva praticata ventiquattr'ore su ventiquattro per sette giorni su sette, e per tutto l'anno. E questo non aveva senso. Così mi sono messo a indagare, scoprendo la rete".
Già nel 2005, dopo la pubblicazione di un'inchiesta del New York Times, l'Amministrazione Bush era stata investita da uno scandalo legato all'impiego di intercettazioni illegali. I media avevano documentato l'esistenza di diversi casi in cui le autorità di sicurezza statunitensi avevano aggirato le normative- che richiedono il rilascio di un'autorizzazione da parte dei giudici- per sorvegliare le comunicazioni dei cittadini.
In risposta alle polemiche, lo stesso Presidente Bush aveva spiegato che i casi di deroga erano limitati a quelli in cui fosse documentato un "chiaro legame" tra i sorvegliati e le organizzazioni terroristiche.

Adesso le affermazioni di Tice - peraltro già coinvolto come testimone nel 2005 - sembrano suggerire l'esistenza di infrazioni ancora più gravi alle leggi sulla sorveglianza. Infrazioni tanto più impressionanti perché perpetrate in modo sistematico e quasi routinario.

E proprio qui sta, secondo diversi osservatori, il punto dirimente. Le normative vigenti offrono già agli investigatori strumenti molteplici ed efficaci per individuare e controllare i potenziali terroristi. Il problema, nella storia raccontata da Tice, è che l'amministrazione statunitense sarebbe andata ben al di là di tali paletti, spiando persone che nulla avevano a che fare con le attività criminali, e aggirando le procedure previste per legge in questo tipo di situazioni. Quale sarà la posizione della nuova amministrazione di fronte a problemi fondamentali come quelli sollevati dal caso Tice? La speranza di molti, alimentata anche dalle prese di posizione programmatiche del neopresidente, è che Obama possa imprimere un deciso cambio di direzione nel campo della tutela dei diritti individuali e della libertà di informazione. Promuovendo la trasparenza dell'amministrazione e rilanciando i principi del Freedom of Information Act.